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Misurare i tempi di lavorazione: il dato che cambia i prezzi

Quasi nessuna PMI sa quanto dura davvero una lavorazione. Senza quel numero il prezzo si fa a sensazione, e il margine si scopre a consuntivo — quando non si può più correggere.

Il fatturato si vede, il margine no

Il fatturato è visibile a tutti in azienda: sta sulle fatture, si commenta a fine mese. Il margine per singola lavorazione invece non è visibile quasi mai, perché richiede di sapere quanto tempo è stato speso su quel lavoro specifico — e quel dato, nella maggior parte delle imprese, non esiste.

La conseguenza è che i prezzi si costruiscono per confronto: si guarda cosa si è chiesto l'anno scorso, o cosa chiede il concorrente. Nessuno dei due metodi dice se quel lavoro, a quel prezzo, ti conviene farlo.

Cosa misurare, senza trasformarlo in sorveglianza

Non serve cronometrare le persone: serve attribuire il tempo alle lavorazioni. La differenza è sostanziale, anche nei rapporti interni. Si registra che una pratica è passata dallo stato «in preparazione» a «inviata» in tre giorni, non che Marco ha lavorato quarantadue minuti.

Il gestionale lo fa da solo se gli stati riflettono il lavoro reale: ogni passaggio di fase è un timestamp. Da lì si ricava la durata media per tipo di lavorazione, la varianza, e soprattutto dove le pratiche restano ferme.

Le tre scoperte ricorrenti

La prima: il lavoro che sembra più redditizio spesso non lo è. Le commesse grandi hanno margini percentuali più bassi e assorbono capacità, bloccando lavori piccoli e veloci con marginalità superiore.

La seconda: il tempo non sta dove si crede. In quasi tutti i casi analizzati la lavorazione vera occupa una frazione del tempo totale; il resto sono attese — approvazioni, materiali, risposte del cliente. Sono attese che si accorciano con un sollecito automatico, non con persone più veloci.

La terza: esiste sempre un tipo di cliente che costa più di quanto rende. Non per cattiva volontà, ma per numero di modifiche, tempi di risposta o richieste fuori standard. Vederlo in un numero permette di scegliere: cambiare prezzo, cambiare condizioni, o smettere.

Dal dato alla decisione

Con i tempi misurati il prezzo smette di essere una trattativa al buio. Sai quante ore assorbe mediamente quella lavorazione, quanto vale un'ora nella tua struttura, e quale margine ti resta a un dato prezzo. Puoi decidere di scendere sotto costo per entrare da un cliente strategico, ma è una scelta, non un incidente.

Il secondo effetto riguarda la capacità: sapendo la durata media, sai quanti lavori puoi accettare prima di dover assumere. È la differenza tra crescere e ingolfarsi.

Il minimo indispensabile da registrare

Quattro dati per ogni lavoro: cosa si stava facendo, per quale commessa, quanto è durato, chi lo ha fatto. Tutto il resto è dettaglio che si aggiunge dopo, se serve.

La registrazione deve costare meno di dieci secondi a chi la fa, altrimenti verrà compilata a fine giornata a memoria e i dati saranno inventati. Un pulsante di avvio e uno di fine su telefono valgono più di qualsiasi modulo dettagliato compilato male.

Il primo mese serve solo a raccogliere. Non si prendono decisioni su tre settimane di dati, e non si mostra a nessuno una classifica: il modo più rapido per rendere inutili i numeri è farli percepire come uno strumento di controllo sulle persone.

Come si calcola il margine di una commessa

Ricavo della commessa meno i costi diretti — materiali, subappalti, ore di lavoro al costo aziendale reale — dà il margine di contribuzione. È la cifra che dice se quel lavoro ha generato denaro.

Il costo orario reale non è la retribuzione lorda: comprende contributi, ferie, malattia, attrezzatura e tempo non fatturabile. Nella maggior parte delle imprese di servizi è tra il quaranta e il sessanta per cento più alto di quanto si crede, ed è il motivo per cui i preventivi fatti a intuito sono sistematicamente ottimisti.

Con questo dato per ogni commessa si può finalmente ordinare i lavori dal più al meno redditizio, ed è quasi sempre la prima volta che qualcuno in azienda lo vede scritto.

Cosa emerge quasi sempre

Una fascia di lavori in perdita che nessuno sospettava, di solito i più piccoli o i più urgenti: il tempo di preparazione e di spostamento pesa quanto quello di esecuzione, ma nel preventivo non compare.

Uno o due clienti che assorbono una quota di ore sproporzionata rispetto a quanto pagano. Non vanno necessariamente persi: vanno riprezzati, e il dato rende la conversazione fattuale invece che emotiva.

Una differenza sistematica tra ore preventivate e ore effettive, quasi sempre nella stessa direzione e con la stessa proporzione. Correggere il coefficiente di preventivazione è l'intervento più rapido che esista sul margine, e non richiede di cambiare nulla in produzione.

Le tre decisioni che il dato rende possibili

Riprezzare. Non un aumento generalizzato, ma un ritocco mirato sulla fascia di lavori che perde. È l'intervento che sposta di più e disturba di meno i clienti buoni.

Smettere. Alcune lavorazioni non si possono riprezzare perché il mercato non le regge: vanno abbandonate, e la capacità liberata spostata su quelle redditizie. È una decisione che senza numeri nessun imprenditore prende, perché sembra rinunciare a fatturato.

Standardizzare. Se la stessa lavorazione varia del cinquanta per cento di durata tra due persone, la differenza è nel metodo, non nella bravura. Scriverlo e insegnarlo vale più di qualsiasi incentivo.

Come non far fallire il progetto

Il rischio non è tecnico, è umano. Se il personale interpreta la misurazione come sorveglianza, i dati diventano falsi entro un mese e il sistema muore.

Le due cose che funzionano: dichiarare fin dall'inizio che si misurano le lavorazioni e non le persone, e restituire i numeri a chi li produce. Un tecnico che vede quali interventi sono più redditizi comincia a proporre lui stesso come organizzarli meglio.

Il momento in cui il progetto si consolida è quando qualcuno in azienda chiede un dato prima di prendere una decisione, senza che nessuno glielo abbia suggerito.

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